martedì 11 maggio 2021

Lingua e linguaggi estremi

 

Quando si padroneggia bene la lingua, ci si può permettere di giocarci e di prendersi qualche libertà. Nessuno si scandalizzerà se invece di “se io fossi stato Napoleone non  avrei perso a Waterloo” dite “Se ero Napoleone a Waterloo vincevo” e  neppure se lo scrivere. Va be’, chi ha una visione rigida della lingua.

L’importante è che sappiate che la forma corretta, da manuale di grammatica,  è la prima e che sappiate quando usare la prima e quando usare la seconda (cambiamento e adattamento del registro linguistico).

Allo stesso modo, sul libro abbiamo visto l’italiano neo-standard,  che è quello che usiamo tutti i giorni, in cui si può dire anche “ad agosto vado al mare” e forme come “a me mi” e “ma però” non fanno raccapricciare.

E poi ci sono le scritture estreme.

Tautogramma: tutte le parole di una frase iniziano con la stessa lettera. Tutte!

Cinque canarini ciechi che cinguettano contro cinque comignoli che conoscono.

 

Calligramma: le parole sono disposte in modo tale da dare anche graficamente il senso del testo (cfr “il pleut” di Apollinaire).

Nonsense: Sono frasi corrette grammaticalmente, ma che non hanno senso logico. “cominciò domani, l’altro ieri finirà”. Per i miei bambini ho inventato l’espressione “luce nera”.

Il libro parla di un personaggio della Montagna Incantata di Thomas Mann, Peeperkorn, capace di parlare a lungo senza dire niente.

 

Gramelot Le parole non hanno significato, ma riproducono il suono di una lingua o di un dialetto. L’esempio più famoso è ovviamente il gramelot di Dario Fo, ma c’è anche il Prisencolinensinainciusol Adriano Celentano.


 

A che cosa servono le scritture estreme?

 

Innanzitutto, chi scrive deve conoscere più strumenti.

 

Secondo, sviluppano la creatività e modi diversi di pensare.

 

Terzo, colpiscono l’attenzione del pubblico e restano nella sua memoria.

 

Quarto, sono elementi che devono far parte del vostro bagaglio culturale, soprattutto se volete lavorare nel mondo della scrittura. Anzi, alcuni fanno ormai parte del nostro patrimonio culturale collettivo, in particolare il gramelot di Dario Fo.

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